Dario Menicagli

Informazioni Personali

Biografia

Dottore in Psicologia Clinica e della Salute presso l'Università di Pisa, dottorando in Fisiopatologia Clinica presso l’Università di Pisa

Cronologia

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Articoli scritti

  • Oltre i luoghi comuni della psicopatologia - Luci e ombre sul Disturbi Narcisistico di Personalità

    Scorrendo tra i risultati di Google, è facile imbattersi in numerose pagine, forum, gruppi sui social network che trattano la tematica del narcisismo, spesso affidandosi al senso comune. Effettivamente, è sempre più probabile avere a che fare con chi possa essere definito narcisista, anche dai non addetti ai lavori, in quanto questo specifico disturbo di personalità sembra essere in crescita in tutto il mondo Occidentale, come riporta ad esempio uno studio di Jean Twenge.

  • Predatori e prede nella mente psicodinamica

     
    Nei precedenti interventi ho parlato spesso dei modelli con cui oggi si cercano di definire la mente ed il comportamento umano, cercando da un lato, di rendere giustizia alle loro radici biologiche, mentre dall'altro si cerca di dipanare il loro essere inestricabilmente aggrovigliati in un constesto sociale e culturale. La Psicoanalisi e in senso lato il modello psicodinamico, oltre a fornire una visione in cui queste due componenti sono mirabilmente intrecciate è anche il versante teorico che da più tempo di occupa di definire un modello complessivo e congruente dell'agire individuale, estendendo le sue spiegazioni dai semplici comportamenti quotidiani alla psicopatologia.

  • Genio e Diverso “The Imitation Game”

    "Può una macchina pensare come un essere umano? Molti dicono di no. Il problema è che è una domanda stupida. È ovvio che le macchine non possono pensare come le persone. Una macchina è diversa da una persona e pensa in modo diverso. La domanda interessante è poiché qualcosa pensa diversamente da noi vuol forse dire che non sta pensando?
     
    La moda del Biopic, ossia del film biografico, prende di mira stavolta Alan Turing, uno dei santi protettori della cultura nerd oggi dominante, nonché vittima delle discriminazioni omofobe, nonché eroe di guerra inglese grazie alle sue abilità da crittografo.
    La sua riflessione sulle possibilità di costruire una macchina pensante, quello che oggi si definisce computer, hanno contribuito non solo allo sviluppo dell’informatica, ma anche al progressivo affermarsi del modello cognitivista nella psicologia e nelle scienze cognitive, tanto che i suoi più famosi lavori sono stati pubblicati dalla rivista Mind, che si occupa principalmente di filosofia e psicologia.

  • La Psicologia oggi e domani

    Al termine del convegno della sezione di Psicologia Clinica e della Salute che si è tenuto a Pisa, abbiamo chiesto al presidente dell’associazione, il Prof. Fulcheri, un commento sulle aspettative che aveva per l’evento e sulle prospettive ed i nodi critici che la Psicologia Clinica si trova ad affrontare oggi nel nostro paese.
     
    Professore quali erano le sua aspettative su questo congresso?
    Le mie aspettative erano innanzitutto relative al confermare la dimensione poliscopica ma unitaria della sezione di psicologia clinica e dinamica della AIP, perché proprio nella clinica, sia per i modelli teorici diversi, sia perché l’oggetto di studio si estende per tutto l’arco di vita, è necessario entrare con un paradigma epistemologico forte, che possa essere definito come un paradigma della “complessità”.
    Ho seguito per anni il modello definito olistico, non mi è mai piaciuto il termine bio-psico-sociale, mi sembrava quasi la pubblicità di un detersivo pseudo-onnipotente, mentre mi piace pensare che possiamo vedere la persona nella sua complessità. Attraverso i simposi che abbiamo tenuto vorrei che venisse fuori l’impegno scientifico, con i diversi vertici bioniani di osservazione.
     In secondo luogo vorrei infatti che emergesse l’importanza di un’associazione scientifica che non si rigira in se stessa, ma tende a rinnovarsi, cercando il senso di nuovo e di prospettiva ma soprattutto un senso utile anche nella ricerca. Se la ricerca diventa narcisistica, autoreferenziale, interessata all’impact-factor, diventa poco centrata, mentre dovrebbe tendere verso qualcosa che sia traducibile in uno scopo utile.
    L’ultima prospettiva deriva dalla mia visione di una società scientifica che sia “arteriosa” e non “venosa”, sono fiero di contribuire cioè al futuro dei giovani, come abbiamo fatto in questi giorni con i Premi Sirigatti e Guazzelli (che sono stati assegnati ai migliore poster scientifici del Convegno N.d.R), per fornire risorse per il loro impegno e lavoro. La situazione critica in cui sono costrette le nuove generazioni con un futuro precario testimonia la tragedia del momento: un diritto allo studio che non è accompagnato da un diritto all’occupazione. E’ necessario sostenere invece un diritto alla dignità per gli sforzi che fanno i giovani, per un loro riconoscimento. Ed infine c’è bisogno di un sano diritto ad arrabbiarsi, alla rabbia di chi si è impegnato per la propria formazione e vede invece esaltato dalla società e dai media un modello in cui ci si vanta pubblicamente della propria ignoranza.
    Pensando alle attuali politiche di formazione dello psicologo in Italia, quali sono i campi in cui egli può operare e quali invece i rischi che si corrono nell’assetto attuale dell’Università ?
    Noi abbiamo aderito ai tre livelli d’istruzione universitaria, secondo le direttive europee, cioè laurea, laurea magistrale e formazione post-laurea. Una stratificazione che però è giustificata da un modello d’istruzione esistente all’estero, mentre in Italia permane una divisione in scuola primaria e secondaria che mal si adatta al successivo livello di formazione universitaria. Abbiamo copiato un modello che andava invece radicalmente modificato. La stessa laurea di durata triennale offre scarse opportunità a livello di professionalizzazione e non vi è la presenza di un core curriculum formativo che renderebbe omogenei i percorsi di apprendimento. Un corso di laurea triennale in psicologia potrebbe avere pochissimi crediti formativi dedicati alla psicologia clinica, rendendo sbilanciate le conoscenze di base, o potrebbe avere dei corsi di psicologia clinica impostati esclusivamente sulla storia della teoria psicoanalitica o sul comportamentismo. Non c’è un minimo di curriculum comune per tutto il paese.
    Un secondo problema, se ben interpretato, è l’eccessiva femminilizzazione dei corsi di psicologia. Non perché vi siano differenze sostanziali e qualitative tra studenti e futuri professionisti di sesso maschile o femminile, ma perché la predominanza di un genere sull’altro rispecchia uno stereotipo professionale. Questo stereotipo pone dei limiti per il futuro lavorativo, all’immagine dello psicologo stessa, ma soprattutto dimostra come un’idea stereotipata della psicologia attecchisca in chi si appresta a seguire questo percorso di studi.
    Sappiamo inoltre che il 49% degli studenti dei nostri corsi ha già in mente un possibile impiego alternativo alla professione di psicologo appena si sarà laureato, questo è un rischio fondamentale, perché testimonia l’idea che questo mestiere si possa esercitare part-time, arrotondando.
    In terzo luogo non vi è stata un programmazione nazionale, cioè vi sono dei numeri stravaganti nell’accesso alle facoltà di psicologia, che permettono di formare un numero elevato di laureandi fino alla magistrale, ma restringono drasticamente il numero per la formazione post-laurea, alle scuole di specializzazione pubbliche e al dottorato di ricerca. Quest’ultimo è visto in Italia soprattutto come un titolo che fornisce competenze per una carriera accademica o di ricerca, quando all’estero è un titolo dal forte valore professionale per lo psicologo. Lo scarso numero di dottorati con borsa di studio restringe ulteriormente le possibilità di sostentamento per chi vorrebbe rimanere all’interno dell’Università. Questo terzo livello di istruzione rischia di diventare preda esclusivo del privato, con le numerose scuole di specializzazione che agiscono secondo logiche di mercato.
    Quali sono le possibili scelte per migliorare il futuro professionale della psicologia, specie nel campo clinico?
    Parlando di Salute, la mia idea è che si debbano togliere i ponti e i muri che ancora esistono tra Psicologia e Medicina, nonostante la prima sia ormai ritenuta una delle professioni sanitarie. Ci sono ancora da parte degli Psicologi vecchi complessi derivanti da anni di lotte e da parte dei Medici pregiudizi verso la psicologia. Ma si dovrebbero invece mettere accanto Psicologia e Medicina, far prendere contatto agli psicologi con la sofferenza fin dal periodo di formazione, fargli capire che il setting che c’è alle 2 di notte in pronto soccorso non è quello dello studio con un appuntamento programmato. La salute nasce da diverse componenti, che superano la visione medica della psicopatologia, vi sono, ad esempio, nel nostro paese un 10% di feriti in incidenti minori che subiscono una forma di sofferenza subclinica di cui lo psicologo ha una migliore e più accurata visione, un ambito nuovo che potrebbe integrare il medico di base con lo psicologo. Se inoltre in tempi di crisi si adotta una visione che preme sul risparmio nel campo della salute, la Psicologia può contribuire enormemente a fornire un aiuto in grado di contenere i costi inutili delle spese ospedaliere. L’Inghilterra è un esempio virtuoso in cui l’attuale ministro dell’economia ha permesso l’introduzione sempre più vasta degli psicologi clinici negli ospedali proprio per favorire un contenimento dei costi.
     

  • Il Mozart della Psicologia

    "Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l'ape fa vergonare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. ma ciò che fin da principio dinstingue il peggior architetto dalla magliore delle api, è il fatto che egli ha costruito la sua celletta nella testa prima di costruirla di cera"
                                                           (K.Marx)
     

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