Lo spazio, l’azione e le affordances

L’iniziativa di scrivere su questo particolare ramo di studi nasce dalla coincidenza tra la lezione che il Prof. Sinigaglia terrà presso l’ateneo e la mia personale esperienza di ricerca in questo campo, a cui hanno dato sostegno e partecipato direttamente gli studenti dei corsi di laurea in psicologia di Pisa.
 
Queste poche righe sono quindi il giusto complemento per chi è stato coinvolto negli esperimenti, svelandone più approfonditamente i retroscena teorici, ma sono anche un esempio concreto dell’eterogeneità dei campi in cui si sviluppa l’interesse scientifico dei gruppi di ricerca dell’università, ed in particolare del Momi Lab. Il concetto di affordance fu coniato da Gibson (1979) per indicare la capacità dell’ambiente di stimolare l’azione nel soggetto percepente, fornendogli cioè un ventaglio di possibilità d’interazione con esso. Vi era difatti, nell’intenzione dell’autore, un’innovativa visione della relazione tra percetto e soggetto percepente, attribuendo all’ambiente non la semplice proprietà fisica di essere manipolato, ma la potenzialità di incarnare le opportunità specifiche di azione offerte ad uno specifico individuo. Si ha quindi un rapporto maggiormente biunivuco tra l’individuo e gli elementi che lo circondano, la possibilità cioè di relazionarsi con essi deriva quindi, sia dalle abilità del singolo, che dalla proprietà di elicitazione dell’oggetto stesso. A livello sperimentale, sostegno all’ipotesi della presenza di affordance, derivano dal cosiddetto effetto compatibilità. Con tale effetto si indica la diminuzione dei tempi di reazione quando il soggetto esegue un atto motorio sfruttando una proprietà di affordance congruente con l’oggetto stesso. Un esempio, citato ampiamente in letteratura ed utilizzato a livello sperimentale, riguarda l’azione motoria diretta verso la prensione di una semplice tazza (mug). Si tratta cioè di chiedere al soggetto sperimentale di afferrare la tazza come se volesse bere, posizionando però il manico dal lato della mano che compie il movimento o nella posizione opposta, rendendo disagevole l’azione di presa. Un paradigma simile è stato utilizzato già da Tucker ed Ellis (1998), dimostrando come, con una gamma di oggetti atti ad essere maneggiati, i tempi di reazione dei partecipanti all’esperimento fossero maggiori se gli elementi con cui interagire erano presentati in maniera disagevole, potremmo dire capovolta, rispetto alla mano che doveva compiere il gesto.
 
La presenza di proprietà affordance concordi quindi con l’azione da intraprendere, rafforzano (rendendo i tempi di reazione minore), l’inizio dell’atto motorio. Una delle proprietà specifiche nel contesto delle affordances riguarda la possibilità che l’azione sia facilitata o meno rispetto alla distanza dell’oggetto da noi stessi. Secondo le ipotesi di Rizzolatti (1990), stabilite attraverso dati sia neuropsicologici che neurosfisiologici, possediamo una rappresentazione dello spazio multipla originata dalla posizione del nostro corpo, con aree delimitate aventi proprietà peculiari. Possiamo quindi distinguere tra uno spazio personale (inerente alla superficie stessa del nostro corpo), uno spazio peripersonale (che circonda immediatamente il nostro copro) e uno spazio extrapersonale (definito come tutto ciò che non possiamo raggiungere con un movimento del braccio). Il lavoro di Costantini, Sinigaglia et al., (2010) si propone quindi di indagare quale relazione intercorra tra la presenza di affordance in un oggetto e la sua relativa distanza dall’individuo, stabilendo se l’oggetto è in grado di evocare una facilitazione motoria indipendentemente dalla sua distanza dal soggetto, o se questa ne influenza le affordance. Entrando nel merito dell’approccio sperimentale, sono state create quattro condizioni al fine di chiarire i dati riguardanti la relazione tra tempi di reazione (ossia atto motorio) e caratteristiche dell’oggetto. Per ogni condizione erano mostrati ai 15 partecipanti uno stimolo iniziale, che fungeva da cue, indicante la mano da utilizzare per il compito, ed uno stimolo successivo verso cui compiere il gesto di interazione, ossia una tazza. (Fgura 1).
 
1. Nel primo esperimento erano mostrate alternativamente due tazze, con il manico rivolto verso la mano del soggetto, o verso il lato opposto, che potevano essere posizionate sia vicine al soggetto (peripersonalmente), sia lontane (extraperosnalmente) . Si chiedeva quindi di compiere un’azione di presa verso la tazza, stimando il tempo d’inizio della stessa.
 
2. Nel secondo esperimento la tazza era presentata sempre nello spazio peripersonale ma
alternativamente davanti ad un pannello di plexiglas o dietro ad esso (costituendo le condizione
dette “Reacheble” e “Non-Reacheble”).
 
3. Per superare i possibili limiti dovuti all’angolazione e dalla grandezza con cui veniva percepita la tazza sono stati rilevati i tempi di reazione anche rispetto allo stimolo-tazza modificato per apparire identico nonostante la distanza a cui era posto.
 
4. L’ultimo esperimento era volto a confutare la possibilità che l’effetto del secondo esperimento,
nell’individuare le proprietà dello spazio peripersonale, fossero dovute solo alla difficoltà del
soggetto nel percepire la tazza dietro un pannello di plexiglas. Venivano quindi utilizzate immagini della tazza a bassa o alta risoluzione ed uno stimolo definito neutrale. 
 
I risultati nelle quattro prove mostrati nella Figura 2., sono concordi nell’individuare come l’effetto di facilitazione del compito, presente nel primo esperimento, sia possibile solo nella condizione peripersonale,
mentre non risulti specifico quando l’oggetto è posto nello spazio extrapersonale.
Vi sono cioè tempi di reazione significativamente ridotti (p<0,05) quando il manico della tazza è posto dal lato della mano con cui il soggetto esegue il movimento, ma solo se questa è posta peripersonalmente. Nel secondo esperimento viene inoltre chiarito come l’effetto dello spazio peripersonale sia presente solo quando l’oggetto è percepito come “Reachable”, cioè quando è possibile l’interazione motoria con esso. Se quindi la tazza di trovava oltre il pannello di plexiglas, non si evidenziava nessuna azione di facilitazione e le affordance legate alla posizione del manico non esercitano nessun effetto. Le restanti prove confermavano che l’effetto non fosse dovuto ad eventuali fattori confondenti presenti nelle prime due fasi dell’esperimento, mantenendo cioè l’effetto facilitatorio. Questo semplice paradigma sperimentale, complesso solo nel background teorico, ma elegante nel disegno, permette di capire come la ricerca negli ambiti di base della psicologia, in questo caso lo studio della relazione tra percezione e azione, possa essere condotto con mezzi essenziali e replicabili, permettendo inoltre di esplorare campi contigui di studio relativi alla percezione spaziale e alla manipolazione dell’ambiente. I dati ottenuti da Costantini e Sinigaglia si legano infatti a quelli riportati da Rizzolatti et al., (1997), che descrivono la natura motoria dello spazio peripersonale, evidenziando come l’estensione di questa rappresentazione spaziale possa estendersi e modificarsi nei macachi, attraverso l’uso di strumenti, collocando questa funzione in una specifica area cerebrale nel lobulo parietale inferiore. I futuri sviluppi in questo campo, che vedono coinvolti direttamente la ricerca dell’Università di Pisa, riguardano appunto la comprensione più approfondita delle proprietà dello spazio perispersonale, la possibilità di descriverne il funzionamento in altre modalità percettive e il suo legame con la natura “graspable”, ossia con l’interazione degli oggetti presenti nell’ambiente.