La danza: neurofisiologia e peculiarità culturali – Parte 2

La danza: neurofisiologia e peculiarità culturali – Parte 2

 

Danza e contesto: i rituali culturalmente situati
La danza si declina in vari ambiti: uno di questi è quello di matrice sacrale o spiritualistica, in cui la pratica di movimento è un elemento centrale, ma non certamente unico, di questi istituti. La danza come veicolo privilegiato per il raggiungimento di uno stato alterato di coscienza, come mezzo catartico attraverso cui esprimere un conflitto storicamente e localmente condizionato, come atto apotropaico, come strumento di guarigione da convinzioni demonopatiche, è stata centrale nell’evoluzione delle società umane, così come lo è adesso (sebbene in modo minore): tuttavia, è molto raro trovare questa accezione di danza nelle società moderne, soprattutto se urbanizzate e industrializzate. Evidenze in grado di testimoniare la presenza di rituali complessi che coinvolgono, ma non si esauriscono con la danza, provengono dall’Africa, dall’America Latina, dal Medio ed Estremo Oriente: proprio in questi territori si è assistito ad uno sviluppo intenso di cerimonie in cui il movimento era un elemento centrale (Sironi & Riva, 2015).
Sebbene i substrati neurofisiologici e neuropsicologici di queste pratiche siano state indagati in modo esiguo e sporadico (Sironi & Riva, 2015), vi sono alcune descrizioni in grado di mostrare il modo in cui certi tipi di movimenti riescano ad indurre degli stati di coscienza alterati, una condizione spesso ricercata dai praticanti stessi (Somer, 2006). Alterazioni di coscienza sono stati descritte da etnopsichiatri durante pratiche comunitarie di tribù indigene (Somer & Saadon, 2000). Tra questi vi sono i Tuareg Nigeriani, in cui lo stato dissociativo ottenuto è lo strumento principale in grado di alleggerire lo stato di stress fisico e psicologico esperito, che loro stessi chiamano “Tamazai” (Rasmussen, 1992). Osservazioni simili sono state ottenute, dall’analisi sul campo, del rituale Stambali (Figura 11, sx), praticato in Israele da immigrati Ebreo-tunisini: descritta come una vera e propria profilassi volta a scoraggiare l’influenza di fascini maligni e a promuovere il benessere intervenendo sulle crisi dei soggetti, questa si caratterizza per la presenza di movimenti convulsivi simil-epilettici e ad una perdita di coscienza dei praticanti (Somer & Saadon, 2000). Un altro contributo proviene dal rituale Zar (Figura 11, centro), una cerimonia di guarigione praticata in Egitto, Sudan, Etiopia: a praticare questa danza sono le donne, che attribuiscono il loro malessere fisico e psichico alla possessione da parte dello spirito jinn, attraverso cui la comunicazione è possibile solo mimando le sue gesta mediante un ballo stereotipato (El Guindy & Schmais, 1994). Molto simile al culto Zar era il Tarantismo (Figura 11, dx), descritto in modo esauriente dallo storico delle religioni, antropologo e filosofo Ernesto de Martino, che nel 1959 condusse spedizioni sul campo in Puglia, precisamente nei territori che circondano Galatina, al fine di descrivere e comprendere esperienze che ricordavano dei veri e propri isterismi femminili e, in modo minore, anche maschili. In tal caso, il morso interamente simbolico del latrodectus tredecim guttatus o della lycosa tarentula conferiva ai soggetti il particolare status di tarantati, con affezioni che ricordavano vere e proprie sindromi psichiatriche il cui unico modo di risoluzione, non sempre definitivo, era l’esorcismo coreutico-musicale (De Martino, 1963). Simili esperienze si riscontrano, trasversalmente, tra gli Aborigeni Australiani, Indiani d’America, Balinesi Indonesiani (JILEK, 1982; Thong, 1976).

Figura 11: (sx) Stambali; (centro) Zar; (dx) Tarantismo.
 
Dopo queste brevi descrizioni di alcuni dei rituali che coinvolgono la danza, molti dei quali ancora praticati, è possibile rintracciare la loro funzione risolutrice nei confronti di conflitti di vario ordine e grado, riguardante soprattutto società che vivono ed esprimono crisi connesse, molto spesso, alla marginalità sociale. La caratteristica di queste coreografie è, infatti, la loro immutabilità e resistenza al cambiamento, con una importante insistenza su movimenti stereotipati che lasciano poco spazio al contributo individuale: questo fattore, onnipresente nelle danze rituali come in altri istituti di vario ordine, potrebbe essere la chiave di volta in grado di fornire una protezione nei riguardi della crisi che i soggetti esperiscono, offrendo dei moduli di risoluzione altamente codificati e tramandati da generazioni (De Martino, 1975).
 
Danza ed esperienza: cambiamenti strutturali e funzionali
Al fine di poter comprendere la danza da un punto di vista neuroscientifico, è opportuno focalizzare l’attenzione anche sui cambiamenti, di ordine morfologico e funzionale, che caratterizzano il cervello dei ballerini: a tal fine è utile indagare, in chiave differenziale, le dissomiglianze tra questi e coloro che invece non hanno mai praticato questa disciplina. Anche in questo caso, gli studi presenti in letteratura sono esigui.
Lo studio di Hänggi e colleghi (2010) ha indagato le differenze volumetriche di sostanza bianca, sostanza grigia, anisotropia frazionaria e diffusività media, mediante risonanza magnetica (MRI) e tensore di diffusione (DTI) in un gruppo di 10 ballerini e in uno di controllo composto da 10 soggetti senza esperienza. Dai risultati emergono, nel gruppo dei ballerini, i seguenti dati: decremento volumetrico della sostanza grigia nella corteccia pre-motoria destra, nel putamen, nell’area supplementare motoria e nel giro frontale superiore; decremento volumetrico della sostanza bianca in entrambi i tratti cortico-spinali, in entrambe le capsule interne, nel corpo calloso e nel cingolo anteriore sinistro. L’anisotropia frazionaria era minore nella sostanza bianca in entrambe le cortecce premotorie.
 

Figura 7: differenze strutturali nei ballerini vs controlli (Hänggi, Koeneke, Bezzola, & Jäncke, 2010).
 
Un altro studio (Nigmatullina, Hellyer, Nachev, Sharp, & Seemungal, 2015) ha indagato, mediante MRI, l’adattamento al riflesso percettivo vestibolare (e specificatamente i suoi correlati neuroanatomici), in due gruppi: danzatori e non esperti. I soggetti sono stati sottoposti a stimolazioni vestibolari e, precisamente, erano fatti sedere su una sedia su cui era posta una manovella da ruotare nella direzione da cui proveniva la stimolazione. Nel gruppo di danzatori il riflesso vestibolare e la risposta percettiva non erano correlati come nel gruppo di controllo. Inoltre, dall’analisi della sostanza grigia dei danzatori, emerge una riduzione a carico del cervelletto posteriore (Figura 8): la ridotta densità era correlata positivamente con risposta percettiva al task, ma negativamente correlata con il riflesso vestibolare. L’analisi della sostanza bianca corticale indica ulteriori divergenze tra i gruppi di partecipanti: se nei controlli il network correla in modo importante con le percezioni vestibolari, questa correlazione è pressoché assente nel gruppo dei danzatori.

Figura 8: riduzione della densità di sostanza grigia a carico del cervelletto posteriore nei danzatori (Nigmatullina et al., 2015)

Per quanto riguarda l’indagine della connettività funzionale, lo studio di Li e colleghi (2015), ha indagato le differenze tra un gruppo di esperti ballerini e un gruppo di controllo utilizzando lo scan di risonanza magnetica funzionale in resting state (RS-fMRI). Nel gruppo dei danzatori i risultati evidenziano un incremento di densità di connettività funzionale nel giro precentrale, post-centrale e nel putamen bilaterale. Venendo alla connettività funzionale, dall’analisi emerge un’aumentata connessione tra la corteccia cingolata media e il putamen bilaterale e tra il giro pre e post-centrale (Figura 9). Dai dati emerge dunque un’aumentata integrazione tra le aree corticali e i nuclei della base in coloro che hanno molti anni di esperienza nel campo della danza rispetto a coloro che invece non ne hanno mai praticata.

Figura 9: aumentata connettività funzionale nei ballerini rispetto ai controlli  (Li et al., 2015).
 
Lo studio di Karpati e colleghi (2017) ha esaminato, mediante MRI, le differenze strutturali a carico della sostanza grigia in 3 gruppi: danzatori, musicisti e controlli (senza alcun training specifico). Inoltre gli autori hanno investigato le correlazioni tra sostanza grigia e prestazione al compito a cui i soggetti sono stati sottoposti: in modo specifico, il task riguardava l’imitazione delle sequenze di danza, sincronizzazione ritmica, discriminazione di sequenze melodiche e sillabazione (compito di controllo). Rispetto ai controlli, sia i ballerini sia i musicisti mostrano un aumento dello spessore corticale a carico delle regioni temporali superiori (Figura 10, sx) Inoltre, la performance dei compiti di danza e di musica erano correlati con la morfologia (maggior spessore) del giro temporale superiore mentre, invece, la struttura del giro frontale inferiore era correlata solo con il punteggio al compito di danza (Figura 10, dx).

Figura 10: (sx) differenze nello spessore corticale rispetto ai controlli; (dx, panello a) correlazione tra struttura delle aree del giro temporale superiore e performance; (dx, pannello b) correlazione tra struttura del giro temporale inferiore e punteggio al compito di danza  (Karpati, Giacosa, Foster, Penhune, & Hyde, 2017)
 
Dagli studi appena descritti in questa sezione emergono quindi dei cambiamenti a carico della sostanza bianca, della sostanza grigia e della connettività funzionale che si ipotizzano essere ascrivibili alla danza stessa. Al fine di stabilire realmente il ruolo causativo dell’attività sui cambiamenti cerebrali (sia di ordine strutturale che funzionale) sarebbe opportuno condurre uno studio longitudinale sui danzatori e/o valutare gli effetti di un training di danza su soggetti privi di esperienza: in tal modo sono infatti scongiurate al minimo variabili in grado di interferire con i cambiamenti cerebrali rilevati con gli strumenti di neuroimaging, come ad esempio differenze pre-esistenti che possono aver predisposto taluni soggetti ad intraprendere il percorso della danza (Karpati et al., 2015).

Conclusioni
La danza offre molteplici spunti d’indagine, sia di ordine neuroscientifico, sia socio-culturale: sarebbe quindi utile intraprendere un percorso integrato e multidisciplinare in grado di analizzare, tenendo conto delle varie sfaccettature, i diversi modi in cui la danza si declina, senza limitazioni geografiche e culturali.
Negli ultimi anni sta crescendo l’interesse della danza come terapia di supporto da impiegare in disordini neurologici come sindromi dementigene (Adam, Ramli, & Shahar, 2016) e morbo di Parkinson (McNeely, Duncan, & Earhart, 2015), disordini psichiatrici come la schizofrenia (Martin, Koch, Hirjak, & Fuchs, 2016) e disturbi dell’umore (Meekums, Karkou, & Nelson, 2012): sarebbe utile, viste le connotazioni multiculturali assunte dalla società globalizzata, intraprendere lo stesso percorso di studio anche nei confronti di danze maggiormente affini a quelle culture che, ad oggi, sono in continuo movimento verso i paesi maggiormente industrializzati. Ciò non significa sostituirle al nostro sistema di cura, bensì fornire ai soggetti ulteriori ponti di dialogo mediante un sistema ibrido in grado di comprendere le radici sociali degli altri, senza quindi fagocitarle.