La danza: neurofisiologia e peculiarità culturali – Parte 1

Valentina Cesari
 
Introduzione: cenni storici e funzioni della danza
Gli esseri umani condividono, prescindendo dalla loro cultura di appartenenza, una molteplicità di codici che spesso si declinano localmente: una di queste forme di espressione, universalmente condivisa ma culturalmente differenziata, è la danza. Che sia ricreativa o praticata come disciplina di intrattenimento e spettacolo, o ancora come parte di estesi rituali culturalmente situati, questa acquisisce un significato equiparabile ad un prodotto, o meglio ancora, ad un bene intangibile.
Le origini della danza, o meglio del movimento come parte della quotidianità, secondo alcune ricerche archeologiche risalgono ad oltre 70,000 di anni fa: mediante l’accurata osservazione delle raffigurazioni preistoriche cavernicole, alcuni ricercatori sono riusciti a decifrare alcuni codici rappresentati, riconducendoli ad espressioni molto simili ad alcune danze praticate nella contemporaneità (Christensen, Cela-Conde, & Gomila, 2017) (Figura 1). Tuttavia, altre ricerche riconducono la nascita dell’uomo “danzante” all’Homo Ergaster, vissuto circa 1.8 milioni di anni fa: a fare di questo ominide africano il primo danzatore della storia sarebbe stato il suo impratichirsi con stecchi e bastoni, qualità che lo hanno reso evolutivamente molto vicino all’uomo moderno (Mithen, Morley, Wray, Tallerman, & Gamble, 2006).
 
Esempi di raffigurazioni cavernicole raffiguranti probabili scene di danza (A) e (B) e confronto con alcune posizioni attuali (C) e (D) (Christensen et al., 2017).
Figura 1:Esempi di raffigurazioni cavernicole raffiguranti probabili scene di danza (A) e (B) e confronto con alcune posizioni attuali (C) e (D) (Christensen et al., 2017).

Le funzioni della danza
Christensen e collaboratori (2017) individuano le seguenti funzioni che si accompagnano alla danza stessa (Figura 2):

  1. Flow-state: la danza, sia praticata che osservata, fa sì che il soggetto entri in uno stato di flow, il cui prerequisito si ipotizza essere un’importante capacità di focus attentivo;
  2. Esperienze emotive di base: si assume che la danza sia in grado di “triggerare” alcune emozioni di base, sia negative che positive, elicitate dopo l’assunzione di particolari movimenti del corpo (comprese le espressioni facciali che li accompagnano);
  3. Immaginazione: i danzatori, soprattutto con molta esperienza performativa, impiegano l’immaginazione in modo sistematico (Nordin & Cumming, 2008). Tuttavia, alti livelli di immaginazione sono associati ad una migliore fiducia in se stessi e nei confronti delle proprie abilità performative (Nordin & Cumming, 2008);
  4. Comunicazione: così come tutte le arti, anche la danza assolve il ruolo di comunicare e condividere emozioni, intenzioni, storie e conoscenze. Ciò avviene mediante meccanismi di risonanza, che creano un codice condiviso tra il soggetto danzante e l’osservatore;
  5. Self-intimation: mediante la capacità di auto-osservazione, durante la danza è possibile il raggiungimento della realizzazione personale. Si verifica, durante l’immersione della performance, un incremento di consapevolezza corporea (B. Calvo-Merino, Glaser, Grèzes, Passingham, & Haggard, 2005; Beatriz Calvo-Merino, Grèzes, Glaser, Passingham, & Haggard, 2006), degli stati affettivi (Christensen, Gomila, Gaigg, Sivarajah, & Calvo-Merino, 2016), delle motivazioni e delle intenzioni (Allen, Hill, & Heaton, 2009a, 2009b)
  6. Coesione sociale: la danza è descritta, nella maggior parte degli studi antropologici (Evans-Pritchard, 1928), come “collante” e promotore di legami sociali di individui appartenenti ad un determinato gruppo, risolutrice di conflitti, desideri e, più in generale, come operatrice di bene comunitario (o che tende verso il).

 

Figura 2 :Effetti positivi (grigio) e negativi (blu) della danza. Gli effetti positivi sono denominati “funzioni” in virtù della loro capacità di promuovere processi neuropsicologici e cognitivi che favoriscono benessere e salute (Christensen et al., 2017).
 
Danza e correlati cerebrali: evidenze di neuroimaging funzionale durante l’esecuzione della performance
La danza è l’attività maggiormente sincronizzata presente nel repertorio umano e, affinché venga posta in essere, sono necessarie alcune competenze di vario ordine. Sia per l’importante attenzione posta nei confronti di questi, sia per la loro utilità finalizzata alla comprensione di attività sincronizzate come, appunto, la danza (Brown & Parsons, 2008) è utile passare in rassegna le strutture cerebrali implicati in alcuni movimenti volontari, come il finger tapping o la rotazione del capo.
Seguendo Brown & Parson (2008) la corteccia parietale posteriore assume il ruolo di “traduttore” di informazioni visive in comandi motori mediante la comunicazione di segnali nelle aree di pianificazione dei movimenti, rispettivamente nella corteccia premotoria e nell’area supplementare motoria. Una volta raggiunta la corteccia motoria primaria, i comandi informativi hanno la capacità di generare impulsi neurali, che si propagano lungo il midollo spinale e viaggiano sui muscoli facendoli contrarre. Mediante un sistema a feedback, gli organi sensoriali comunicano l’esatta posizione nello spazio al cervello e, in tal caso il viaggio informativo si avvale del percorso inverso a quello precedente (dal midollo spinale alla corteccia cerebrale), passando attraverso i nervi. Parlando ora alle strutture sottocorticali, il cervelletto e i gangli della base sono di primaria importanza per un aggiornamento reale dei comandi motori, basandosi quindi sul feedback sensoriale per modificare od affinare i movimenti (Figura 3).
 

Figura 3: box informativo e semplificato delle regioni e dei circuiti implicati nel movimento volontario (Brown & Parsons, 2008)

Venendo ora all’indagine in tempo reale delle sequenze di danza mediante metodi di neuroimaging funzionale, è opportuno premettere la presenza di una lacuna in letteratura: questa è giustificata da una circoscritta libertà di movimento offerta da questi strumenti e dalla problematicità di tradurre, mediante opportuni paradigmi, attività che non si discostino dal ballo in modo eccessivo (Karpati, Giacosa, Foster, Penhune, & Hyde, 2015).
Il primo studio (Brown, Martinez, & Parsons, 2006), condotto mediante tomografia ad emissione di positroni (PET) su un gruppo di 10 ballerini di tango amatori, ha analizzato il flusso sanguigno cerebrale (CBF) durante un task che prevedeva la messa in atto di passi di tango, mediante il solo movimento delle gambe, su una superfice inclinata: i passi erano ripetuti ciclicamente, accompagnati da musica adeguata al tango, senza una guida visiva (Figura 4). Il focus dello studio era quello di esaminare accuratamente gli aspetti essenziali della danza e, precisamente: trasporto o trascinamento dei movimenti a beat musicali esterni, ritmo, movimenti modellati. Il compito era costituito da 6 condizioni, in cui era necessario tenere gli occhi chiusi:

  • Metric: movimento eseguito seguendo un ritmo regolare;
  • Non-metric: movimento analogo eseguito seguendo un ritmo irregolare e imprevedibile;
  • Motor: movimento analogo ai precedenti in assenza di musica;
  • Contractions: contrazioni muscolari, ma non movimenti strutturati, che prevedevano l’alternanza di entrambe le gambe in presenza di musica;
  • Listening: passività di movimento con l’ascolto di musica;
  •  Silent: inattività e assenza di musica (rest)

I risultati evidenziano come l’adeguamento dei passi alla musica, rispetto a movimenti maggiormente autonomi rispetto ai beats musicali, fosse sostenuto e supportato dal verme cerebellare anteriore. Per quanto riguarda invece il movimento in presenza di un ritmo regolare, rispetto a quello irregolare, si nota il ruolo centrale del putamen destro mentre, infine, il movimento delle gambe durante la danza vede l’attivazione del lobo parietale superiore.
 

Figura 4: a) istruzioni motorie per le condizioni previste dal task; b) soggetto collocato per iniziare il compito previsto (Brown et al., 2006)

In uno studio successivo (Tachibana, Noah, Bronner, Ono, & Onozuka, 2011) è stata impiegata la spettroscopia del vicino infrarosso (fNIRS) al fine di indagare, durante l’esecuzione di un video-game che implicava movimenti di danza in 7 partecipanti non esperti, il grado di coinvolgimento delle aree di integrazione sensori-motoria del lobo temporale superiore e del giro temporale superiore (Figura 5). Il disegno sperimentale a blocchi, che prevedeva l’alternanza tra attività e rest ogni 30 secondi, prevedeva la registrazione continua dei livelli di ossiemoglobina. Dai risultati emerge come, all’aumentare della difficoltà del compito motorio richiesto dal video game (in ordine di difficoltà: 2 arrows, rythmic stepping  to music, 4 arrows), aumenti anche il picco d’ampiezza dell’ossiemoglobina  e, inoltre, come sia possibile notare una differenza di livello a carico delle due aree esaminate: l’incremento immediato di ossiemoglobina nel lobo parietale superiore riflette la risposta neuronale all’orientamento spaziale e al ritmo motorio mentre, l’incremento più lento nel giro temporale superiore riflette il probabile aumento del carico di informazioni multisensoriali in relazione al controllo e al comportamento motorio.
 

Figura 5: A) posizione della matrice di array sul lobo parietale e temporale (in giallo sono marcati il lobo parietale superiore e giro temporale superiore). B) Locazione secondo il sistema 10-20 ed aree di interesse cerchiate in blu. (Tachibana et al., 2011)

Lo stesso video game e la stessa metodica di analisi (fNIRS) sono state impiegate da Ono e colleghi (2014) per indagare il modo in cui alcuni input sensoriali, e specificatamente cues visivi e segnali uditivi ritmici, vengono processati dalle aree multimodali di integrazione: le regioni di interesse selezionate per lo studio erano rispettivamente il giro temporale medio e la corteccia fronto-polare. I 24 soggetti hanno partecipato all’esperimento in due condizioni, ovvero in presenza e in assenza di musica. Dai risultati emerge un rapido incremento del segnale nella corteccia fronto-polare, indicante l’attenzione al compito; un incremento non rapido si osserva invece nel giro temporale medio e, in tal caso, il picco d’ampiezza indica come l’integrazione sensoriale sia presente durante la durata del compito. Si nota una correlazione positiva tra l’attivazione persistente del giro temporale medio e l’accuratezza temporale dei movimenti nel simulatore e, una correlazione negativa tra questa e l’inattivazione della corteccia fronto polare. Inoltre, sulla base dell’abilità dei soggetti di partecipare al video-gioco, emerge come nei soggetti più abili (high performance players) vi sia un incremento riguardante l’apporto cumulativo di emoglobina ossigenata a carico della corteccia fronto-polare, mentre nei soggetti meno abili (low performace players) si registra un decremento di questa nella condizione di assenza di musica. Inoltre, sempre i soggetti più abili, mostrano una variazione di attività minima in assenza di cues uditivi a carico della corteccia fronto-polare: ciò non succede invece nei low perfomance players, che mostrano un’importante differenza di attivazione a carico della medesima area. Quindi, sulla base delle variazioni dell’emoglobina ossigenata, è possibile predire l’accuratezza e l’abilità dei soggetti nella performance.
 
Un altro studio (Cruz-Garza, Hernandez, Nepaul, Bradley, & Contreras-Vidal, 2014) ha invece previsto l’analisi dei movimenti di 5 soggetti esperti di danza mediante elettroencefalogramma (EEG) a 64 canali: i soggetti sono stati indagati durante 3 tipologie di azioni:

  • Neutral: movimenti privi di qualità espressiva;
  • Think: movimenti non espressivi durante il pensiero di una qualità espressiva specifica;
  • Do: movimenti con qualità espressiva

Gli autori hanno impiegato, nelle condizioni Think e Do, 8 sequenze provenienti dal programma Laban Movement Analysis (LMA). La banda Delta (0.2-4 Hz) è stata impiegata come input da inserire in una macchina che, mediante la lettura di un algoritmo, era in grado di distinguere i movimenti basati sul pensiero (Think) e sul movimento espressivo (Do). Oltre a testimoniare l’utilità dell’EEG nell’analisi dei movimenti, testimoniando come questi non siano artefatti in grado di inficiare i risultati, sono emerse attivazioni comuni a carico dei soggetti nelle cortecce premotorie, motorie e nelle aree del lobulo parietale dorsale.
Riassumendo, dai risultati degli studi sopra citati è possibile individuare alcune aree che caratterizzano vari aspetti della danza, ponendo attenzione alle seguenti: giro temporale superiore, lobo parietale superiore, corteccia fronto-polare, giro temporale medio (Karpati et al., 2015).