Coscienza e Linguaggio: Linguaggio della Coscienza e Linguaggio per la Coscienza

A partire da Aristotele, i concetti mentali rappresentano le basi per lo sviluppo dei "segni" naturali del pensiero: quest'ultimo, come afferma anche lo stesso Platone, è considerato come "il parlare a se stessi", cosicché, già tra i maggiori pensatori della Grecia classica, è presente una visione in cui linguaggio e coscienza sono intimamente interconnessi.

Tuttavia, ancora oggi il ruolo del linguaggio nella coscienza è molto controverso: il dibattito si estende tra coloro che affermano quanto esso sia indispensabile per la sua formazione, come Edelman (2003), e chi, invece, lo considera secondario, come Crick e Koch (1990). Attualmente esistono ambiti concettuali in cui i rapporti tra coscienza e linguaggio tentano di essere meglio chiarificati. La neuropsicologia è una disciplina che può far luce sul dialogo tra le due dimensioni sopra menzionate, sia nella normalità (come evidenziato dall'enigmatico ruolo svolto dal sistema dei neuroni specchio nell'uomo)che nella patologia (come dimostra l'affascinante relazione che sussiste tra linguaggio e coscienza nei pazienti con split-brain e negli afasici).
I differenti disturbi del linguaggio ci consentono di studiare quanto l'utilizzo di questa funzione cognitiva può influenzare il contenuto della coscienza e, di conseguenza, il pensiero ed il ragionamento. Nichelli (2009) ha esplorato la questione dell'accessibilità delle rappresentazioni mentali nei pazienti afasici utilizzando il modello di Baddeley (Baddeley e Hitch, 1974; Baddeley, 1986). Egli ha analizzato i rapporti che sussistono tra memoria di lavoro, afasia ed inner speech , un processo cognitivo che può essere interrotto dal simultaneo svolgimento di altri semplici compiti verbali, come la ripetizione cifre o di parole.
Invero, il termine "inner speech" viene utilizzato in modi diversi:
• è riferito al fenomeno del "parlare a se stessi" ed allo sviluppo di un'immagine uditivo-articolatoria del discorso, senza che venga proferita alcuna parola;
• è associato alla capacità, oggettivamente misurabile, di comprendere la struttura uditivo-articolatoria del discorso, indipendentemente dal suo significato;
• è correlato ad ogni effetto misurabile del discorso sul contenuto della memoria a breve termine di tipo verbale.
Numerose osservazioni cliniche supportano la presenza di un'associazione tra inner speech e consapevolezza di sé, intesa come l'abilità di diventare l'oggetto della nostra stessa attenzione ed acquisire informazioni su noi stessi (Duval e Wicklund, 1972): Siegrist (1996), ad esempio, osserva che individui con elevata consapevolezza usano l'inner speech più frequentemente di individui meno consapevoli, come a suggerire che più una persona si focalizza su di sè, più parla a se stesso di sé. Inoltre alcuni studi (tra cui Craik et al., 1999), identificando le aree coinvolte nella consapevolezza di sé, mettono in evidenza quanto quest'ultima e l'inner speech abbiano basi neuroanatomofunzionali comuni, situate nella porzione mediale sinistra del giro frontale superiore e nel giro frontale inferiore sinistro.
Ma qual è la natura di questo legame? Perché l'inner speech dovrebbe essere così importante per il funzionamento della nostra consapevolezza?
Restano i disturbi del linguaggio a delucidare tale questione.
In effetti il ruolo dell'inner speech è associato a diversi disturbi linguistici, tra cui l'afasia di conduzione (caratterizzata da prevalente deficit di ripetizione e da relativo risparmio della comprensione orale e di una relativa integrità delle capacità semantico-lessicali e sintattiche; si palesano errori fonemici come parafasie fonemiche, ad es. "ombello" per "ombrello" ed anomie). Numerosi sono gli autori, a partire da Goldstein (1948), che associano questo disturbo ad un verosimile deficit dell'inner speech. Bartha e Benke (2003), ad esempio, riportano un deficit selettivo della memoria a breve termine verbale in gran parte dei pazienti con afasia di conduzione.
Anche l'afasia dinamica, caratterizzata dall'incapacità di iniziare spontaneamente il discorso e di formulare idee ed attribuita da Lurija all'effetto di una lesione prefrontale sull'abilità di iniziare qualsiasi tipo di comportamento (Lurija, 1970), viene intimamente connessa al concetto di inner speech. Tant'è vero che, nel 1967, Lurija e Tsvetkova ipotizzano che il principale deficit presente nell'afasia dinamica impedisca la formazione della struttura di una frase: in questo contesto, dunque, l'inner speech viene definito come un "meccanismo utilizzato dai soggetti per la transizione da un'idea preliminare verso una proposizione verbale estesa", fornendo il cosiddetto schema lineare della frase (Nichelli, 2009). Saranno Costello e Warrington (1987) che si opporranno a tale ipotesi, sostenendo che l'afasia dinamica non rifletta un deficit di elaborazione del linguaggio, ma piuttosto la compromissione selettiva della pianificazione verbale.
Molti filosofi e psicologi ritengono che coscienza e linguaggio siano intimamente interconnessi (Penrose, 1989): è proprio il linguaggio che ci permette di descrivere come ci sentiamo e di convincere gli altri che possediamo una coscienza, attraverso la quale diveniamo consapevoli del mondo esterno. Qual è dunque il rapporto tra coscienza e linguaggio?
Da un certo punto di vista è significativo il fatto che noi diveniamo veramente consapevoli dei nostri stati mentali quando diamo loro delle proprietà linguistiche; d'altra parte è il cervello in sé che, indirettamente, genera sia la coscienza sia il linguaggio. Considerando che il linguaggio, nella maggior parte delle persone, è situato nell'emisfero cerebrale sinistro, sorge spontanea una domanda: la coscienza emerge solo dall'emisfero sinistro e non da quello destro?
Molti Autori si sono espressi su tale argomento, indagando le relazioni tra coscienza, cervello e linguaggio nei pazienti con split-brain (che hanno subito la separazione dei due emisferi mediante scissione del corpo calloso, il grande fascio di fibre che connette tra loro i due emisferi). Il dibattito ruota attorno alla questione se i pazienti con split-brain abbiano o no una coscienza unitaria. A tal proposito sono stati condotti molteplici studi sulle implicazioni psicologiche e filosofiche della commissurotomia (Gazzaniga et al., 1962; Sperry, 1984; Natsoulas, 1993). Originariamente la sindrome dello split-brain viene descritta da Sperry, il quale osserva una serie di sintomi derivati dal fatto che l'informazione elaborata in un emisfero non può più passare nell'altro. Inoltre la coscienza, in generale, può essere qualitativamente diversa nei due lati del cervello, in quanto i processi di memoria di lavoro a livello della corteccia prefrontale e l'onda talamo-corticale a 40 Hz (che coinvolge entrambi gli emisferi e si diffonde dalle aree più profonde alle aree corticali superiori) possono coinvolgere e creare rappresentazioni con caratteristiche differenti a seconda dell'emisfero considerato (Siegel, 2001; Peccarisi, 2008). E' dunque ragionevole pensare che ogni emisfero possegga un sistema di elaborazione di stimoli indipendente ed una coscienza propria e specifica.
Grazie ad esperimenti come quelli di Sperry e Gazzaniga, Zaidel (Blakeslee, 1987) ed al famoso caso del paziente con split-brain chiamato P.S. (LeDoux et al., 1977), è ormai dimostrato quanto l'emisfero destro, solitamente considerato silente, sia in grado di fare alcune associazioni mentali complesse, comprendere un largo numero di parole di senso comune e alcuni verbi o possedere considerevoli capacità espressive.
A livello cognitivo, Morin (2001) assume che, dietro l'importanza del linguaggio, esistano molte altre strategie che possono essere utilizzate dal nostro Sé per guadagnare l'accesso alle esperienze soggettive. La cosiddetta imagery (in generale l'utilizzo di un linguaggio vivido e figurativo), ad esempio, può essere vista come un importante processo cognitivo che conduce alla consapevolezza di sé. Varie ricerche mostrano che soggetti altamente consapevoli di sé (che frequentemente si focalizzano su sé stessi) riferiscono di utilizzare l'imagery come una vera e propria modalità introspettiva (Morin, 2001). Quest'abilità può essere in grado di riprodurre internamente i meccanismi sociali sottesi allo sviluppo della consapevolezza del Sé. Proprio questi meccanismi potrebbero essere utilizzati introspettivamente dalla parte destra del nostro cervello (specializzata appunto nei compiti visuo-spaziali).
Un argomento ulteriore che alimenta tutt'oggi la discussione sulla coscienza riguarda l'esistenza dei cosiddetti neuroni specchio (mirror neurons, MN), scoperti inizialmente nella corteccia premotoria F5 dei macachi (Gallese et al., 1996; Rizzolatti et al., 1996): si tratta di neuroni che si attivano sia quando la scimmia effettua una determinata azione (ad es. afferra del cibo), sia quando osserva un altro individuo (sperimentatore) compiere un'azione simile, a riprova di un'integrazione multimodale senso-motoria realizzata dal sistema dei MN localizzati per l'appunto nel circuito parieto-premotorio. La funzione integrata di tali neuroni genera simulazioni di azioni che vengono utilizzate non solo per l'esecuzione delle azioni stesse, ma anche per la loro comprensione implicita quando vengono eseguite da altri individui. L'utilizzo di moderne strumentazioni come la risonanza magnetica funzionale, la stimolazione magnetica transcranica, l'elettroencefalogramma e test comportamentali hanno permesso di dimostrare l'esistenza del sistema di MN anche nell'uomo nelle zone della porzione rostrale anteriore del lobo parietale inferiore, nel settore inferiore del giro precentrale, nel parte posteriore del giro frontale inferiore e nella corteccia premotoria dorsale (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006). Attraverso questo sistema le azioni di un individuo diventano immediatamente comprensibili da altri soggetti senza alcuna mediazione cognitiva. Pertanto, il sistema dei MN potrebbe rappresentare il substrato dal quale è emerso il linguaggio: la semantica è intrinseca al gesto, sembra dunque che il controllo della mano e del linguaggio siano strettamente collegati e che condividano gli stessi meccanismi neurali (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006).
Per le sue proprietà, inoltre, sembra che il sistema dei MN possa rappresentare il substrato neuronale dell'empatia e del meccanismo funzionale chiamato simulazione incarnata (embodied simulation) che consiste nella simulazione automatica, inconscia ed irriflessiva da parte dell'osservatore delle azioni, intenzioni, emozioni e sensazioni provate dalla persona osservata (Gallese, 2006). Nonostante la precisa rilevanza funzionale della simulazione incarnata nella comprensione linguistica rimanga al momento ancora da chiarire, sembra che il meccanismo dei MN sia un sistema indipendente da un funzionamento di ordine elevato e che la simulazione motoria (e forse anche la simulazione incarnata per la comprensione linguistica) sia un processo automatico e specifico.
Al contrario, molte delle teorie scientifiche più affermate considerano la coscienza una funzione mentale, tipicamente umana, di ordine superiore, amodale e simbolica, che in qualche modo monitora le funzioni mentali di ordine inferiore, come le sensazioni (Rosenthal, 1993a,b). È stata proprio la scoperta dei MN a mettere in discussione tali teorie circa la natura della coscienza: nelle ricerche empiriche moderne, il sistema dei MN sembra rappresentare il substrato neuronale di una "comprensione diretta" degli altri, più che il substrato neuronale di moduli cognitivi separati, sottesi allo stesso ruolo funzionale.
A riprova di una comprensione linguistica "diretta" negli ultimi anni si sono sviluppate molte applicazioni. Si parla di alcuni Autori (Gentilucci e Corballis 2006; Bucca, 2012) i quali sostengono che, alla base del lento passaggio evolutivo che ha portato alla formazione del linguaggio nell'uomo, sembra ipotizzabile un meccanismo istintivo di atti comunicativi condivisi che avrebbero permesso di accostare e, dunque, di associare il significato del gesto a quello della parola. Womble e Wermter (2002), dal canto loro, hanno tentato di sviluppare un modello di acquisizione della sintassi linguistica, mostrando che una rete connessionistica ha notevoli difficoltà di apprendimento della grammatica in assenza di un sistema astratto che simuli quello dei MN.
Per concludere sembra che l'evoluzione del linguaggio sia passata attraverso una serie di tappe in cui l'importanza dei sistemi dei MN coinvolti nei processi di comprensione-riconoscimento immediato di atti motori, imitazione, apprendimento, riproduzione ed uso intenzionale degli stessi appare necessaria e determinante. I sistemi dei MN non solo potrebbero costituire il prerequisito (preconcettuale e prelinguistico) dell'articolazione del linguaggio gestuale e verbale umano, ma potrebbero avere un ruolo determinante anche nel riconoscimento degli stati emotivi che sono alla base delle esperienze soggettive e sociali (Bucca, 2012) e, di conseguenza, della coscienza stessa, in quanto fenomeno emergente non solo a partire da strutture superiori di controllo, ma anche dal funzionamento di circuiti neuronali inferiori.
 
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