Black Mirror Stagione 4: lo specchio liquido nei nostri schermi.

Il semiologo russo Jurij Lotman negli anni 50 sosteneva l’interessante tesi di come i comportamenti, le emozioni e i pensieri di persone all’interno di un determinato contesto sociale siano in continuo confronto con un sistema di autorappresentazione.
In quel particolare periodo storico Lotman individua questa funzione auto-rappresentativa nella letteratura e nel cinema: ci riconosciamo nei personaggi sul grande schermo e tra le pagine di un libro ma allo stesso tempo questi ultimi sono influenzati dall’esperienza e dalla visione di società degli autori in una definizione circolare e in continua evoluzione di ciò che vuol dire per noi vivere in una comunità.
Sicuramente la prospettiva sui mezzi mediatici di autoidentificazione ha avuto un forte cambiamento da trent’anni a questa parte grazie all’introduzione della serialità televisiva.
Sempre più spesso le così dette “chiacchiere da bar” sembrano girare intorno alle ultime puntate di un qualche programma, basti pensare alla popolarità capillare assunta da un fenomeno come Game of Thrones: sarebbe mai stato possibile immaginare che una serie di libri nata come fantasy di nicchia assumesse una tale rilevanza da diventare un fenomeno mondiale ed entrare nelle conversazioni di tutti i giorni?
L’origine di questo fenomeno può essere ricondotta ai primi anni 90 con Twin Peaks. Il coinvolgimento emotivo e di trama è stato talmente forte che la richiesta di risposta all’interrogativo principale della serie , “Chi ha ucciso Laura Palmer?”, è andato al di là del mezzo televisivo stesso, diventando un simbolo culturale dell’epoca, ma soprattutto creando un precedente unico nella storia della televisione: per la prima volta la richiesta del pubblico è stata talmente forte da influenzare delle cruciali scelte di produzione televisiva, costringendo i due autori, David Lynch e Mark Frost, a cambiare la struttura del loro racconto in modo tale da rivelare la risposta al quesito prima del previsto. Il pubblico a cui un prodotto televisivo è rivolto ha il potere diretto di modificarlo in base alle sue preferenze, influenzando direttamente il mezzo in cui si auto-identifica in base alle emozioni che prova al riguardo.
 
Un altro importante aspetto dell’autoidentificazione è da individuare in un particolare sottogenere della produzione letteraria, cinematografica e televisiva: la fantascienza.
In quanto narrazione di eventi relativamente futuri basata su un presupposto di sviluppo tecnologico e sociale questo genere si presta particolarmente ad ospitare la proiezione delle nostre aspettative riguardo la natura umana.  In questo caso quindi l’auto-identificazione non è più solamente individuale, ma riguarda le nostre prospettive sulla società in cui viviamo, sulla politica, fino addirittura ad arrivare a un’idea filosofica sul sentimento di umanità. Esempi in questo senso si possono trovare in opere molto note proprio per la loro rilevanza socio-politica, come 1984 di Geroge Orwell o Il libro dei Robot di Isaac Asimov, che narrando per la prima volta il concetto di intelligenza artificiale, definiva tramite contrasti ed analogie l’idea dell’autore sulla peculiarità dell’essere umani.
 
 
Con il proseguire del tempo, la fantascienza ha assunto una certa versatilità, sia come prodotto di intrattenimento, che come veicolo di prospettive sociali ed auto-identificative:  da pellicole come L’invasione degli ultracorpi ad Arrival, passando per serial televisivi come Star Trek e Doctor Who, la fantascienza è cambiata con noi, rappresentando più o meno fedelmente il nostro tempo attraverso la proiezione di paure e speranze.
 
Calandoci nella contemporaneità, Black Mirror rappresenta un perfetto esempio di come un prodotto televisivo incarni il modello della teoria di Lotman e della fantascienza stessa come genere capace di  rappresentazione delle nostre proiezioni riguardo la realtà che viviamo.
La serie antologica britannica prodotta da Endemol tratta infatti di racconti della durata di circa un’ora ciascuno ambientati in un futuro prossimo e incentrati sul rapporto tra uomo e tecnologia.
In accordo con le teorie filosofiche esposte da Michel Serres nel suo saggio “Il Mancino Zoppo”, la tecnologia viene esposta in quanto estensione della volontà creativa umana e per riesce a mettere in evidenza e ampliare gli elementi della natura umana stessa.
 Trasporre questo genere di ragionamento all’interno di un mezzo come una serie televisiva pone inevitabilmente lo spettatore di fronte a un confronto molto forte e diretto con aspetti intimi e pervasivi di sé: come il conformismo, la violenza , la compassione, che sembrano appunto essere i temi portanti della serie fino ad ora. Questa possibilità di auto-identificazione così forte e intima applicata a temi sociali così facilmente riconoscibili dallo spettatore, sembra aver decretato l’enorme successo di Black Mirror , fino a garantirle una distribuzione più capillare rispetto alla sola Gran Bretagna grazie alla piattaforma streaming di Netflix.
Ed è proprio a questo cambio di distribuzione che molti, frettolosamente, attribuiscono il discusso calo di qualità percepito in quest’ultima stagione della serie, pubblicata su Netflix Italia dallo scorso 27 Dicembre.
Sicuramente in quest’ultimo arco narrativo abbiamo assistito a storie decisamente più superficiali e ricche di compiacimento (un esempio su tutte può essere la puntata “Black Museum”) piuttosto che proporre i contenuti innovativi, stimolanti e le riflessioni che questa serie, anche provocatoriamente, ci ha sempre proposto nelle edizioni precedenti. Tuttavia ciò non è attribuibile né a un cambio di produzione (che di fatto rimane Endemol) né alla variazione della distribuzione come tanti sostengono, bensì a una volontà più o meno inconscia da parte del compartimento creativo della serie di compiacere le aspettative del suo pubblico. Charlie Brooker, in quanto creatore, sceneggiatore e produttore della serie, dimostra di avere una certa autonomia nel controllo delle sue storie, ma con il progredire del tempo e di conseguenza con l’estensione della fama del suo prodotto sembra sempre più essere influenzato da quei tòpoi tipici delle serie televisive di larga distribuzione: sessualità decontestualizzata, comicità basata su stereotipi, categorizzazione di personaggi piuttosto che caratterizzazione degli stessi. Sicuramente questi aspetti risultano più rassicuranti e di conseguenza più largamente apprezzabili per un pubblico vasto, ma sono altrettanto comunicativi?
Proprio quest’ultimo interrogativo si ricollega alla riflessione di come la serialità televisiva abbia influenzato la teoria di Lotman esposta poco fa: ormai non è solo la visione di società dell’autore ad influenzare un prodotto di auto-identificazione, ma anche l’interazione diretta con un pubblico e con le sue aspettative. L’aggiunta di questa variabile rende più completa la costruzione di una rappresentazione circolare della nostra individualità nel contesto sociale presente, ma la rende comunque accurata?
La condivisione e la collusione di tutte queste opinioni rischiano di perturbare questo specchio mutevole in cui ci riflettiamo fino ad oscurarlo? Oppure un maggior numero di occhi ci permettono di vedere, anche se in modo meno piacevole, più angolazioni di noi stessi e del mondo in cui viviamo?
In conclusione, anche se Black Mirror con questa quarta stagione sembra aver perso la possibilità di stupirci con l’immagine del conturbante che ci portiamo dentro, non smette mai di farci riflettere, stavolta proprio grazie a questa assenza di contenuto e il suo suscitarci il dubbio se questo sia veramente un riflesso di quello che siamo.