Attivismo, passione e ricerca: un'intervista cantata a Elena Skoko

skoko

Elena Skoko, originaria dell’Istria croata, è cantante blues, punk e performer, oltre che attivista di primo piano per i diritti umani delle partorienti e autrice, tra gli altri, del caso letterario Memorie di un parto cantato. Laureatasi Lingue e Letterature straniere con lode presso l’Università di Bologna nel 1998, con tesi sul linguaggio mistico femminile, il suo nome è presente nel primo registro dei lobbisti autorizzati ad entrare a Montecitorio.
Recentemente infatti la Camera dei Deputati ha regolamentato, attraverso la creazione di un apposito registro, l'attività di lobbing in Parlamento. Di lobby “sociali” ce ne sono molte; tra le più note la Lega Anti Vivisezione (LAV), che lotta per la liberazione animale, o Emergency.
 Elena rappresenta invece a Montecitorio una serie di associazioni che si occupano di maternità e in particolar modo dell'Osservatorio sulla Violenza Ostetrica (OVOItalia).
 
OVOItalia nasce in seguito alla campagna #bastatacere: le madri hanno voce, condotta sui social media, da cui è emerso il fenomeno della violenza ostetrica anche in Italia: migliaia di madri hanno lasciato testimonianza degli abusi e delle umiliazioni subite durante il parto. Attualmente l’Osservatorio si occupa di monitorare il peso delle violenze ostetriche, anche attraverso la creazione di un questionario sulla violenza ostetrica, i cui dati, impressionanti, saranno utilizzati e resi disponibili per ulteriori ricerche e iniziative. La campagna #bastatacere ha dato eco alla la proposta di legge, a cui ha lavorato anche Elena Skoko, “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico” depositata l’11 marzo 2016 da parte dell’On. Adriano Zaccagnini e presente sul sito [https://ovoitalia.wordpress.com/bastatacere]  .*

Ciao Elena e grazie per aver accettato di collaborare con noi.

  • La prima curiosità che vorremmo chiederti riguarda i tuoi scritti sulla nascita e sulla diffusione di un’idea del parto consapevole, fondamentale rito di passaggio alla maternità. Nel libro rivendichi il diritto, per una madre, di essere parte attiva del processo di nascita e di esserlo in tutta la sua completezza (il corpo, la mente, la propria cultura, ecc). In particolare, descrivi la pratica del parto cantato, basato sul principio secondo il quale cantare aiuta ad aprirsi e ad affrontare il parto in modo più sereno, promuovendo un approccio alla nascita rispettoso, competente e amorevole, come auspicato dall’OMS. Il tuo libro “Memorie di un parto cantato” offre una panoramica anche culturale al parto, e ai diversi modi di approcciarvisi nelle diverse culture. Esiste un interesse accademico/scientifico per tali tipi di esperienze?

Elena
Le testimonianze delle donne sulla loro esperienza del parto sono oggetto di una crescente attività di ricerca che è stata particolarmente valorizzata nelle nuove linee guida intrapartum dell’OMS “per un’esperienza postiva del parto”, uscite a febbraio del 2018
[LINK: http://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/260178/9789241550215-eng.pdf?sequence=1].
Nei termini scientifici parliamo di “letteratura grigia”, quando le storie prese in considerazione non fanno parte di un corpus unico di documenti ma sono state, per esempio, pubblicate nei giornali, nel web oppure raccolte in occasioni di incontri formali e/o informali. Esiste poi la ricerca qualitativa, che, basandosi sugli enunciati (interviste, raccolte di testi, focus group ecc.) trova delle variabili da analizzare e dalle quali partire per produrre discorsi scientifici. Il mio libro fa parte di un tipo di letteratura autobiografica sul parto, ormai assai vasta, che ha permesso alle donne di condividere i saperi esperienziali e quelli acquisiti sia dalla scienza sia dalla tradizione, con altre donne che si affacciano alla maternità. Noi oggi non sappiamo più come nascono i bambini, si tratta di un sapere che è stato segregato nelle aziende ospedaliere e, in qualche modo, espropriato dalle donne stesse. Tuttavia, le donne non sono più disposte a tollerare questo tipo di atteggiamento, e se “ci sono cascate” la prima volta, si informano meglio per la prossima, anche leggendo libri dove altre donne raccontano le loro esperienze. Le mille storie di madri stanno smascherando la “fabula dominante” che è stata costruita negli ultimi 70 anni intorno al parto. Ne parlo in un mio articolo uscito per la rivista D&D.
[LINK: https://www.academia.edu/6778780/Mille_storie_contro_una_fabula._Il_part...
 

  • Recentemente sono state pubblicate le nuove raccomandazioni dell’OMS sull’”Assistenza intra-partum per un’esperienza positiva della nascita”. Quali sono a tuo parare i punti fondamentali di tale pubblicazione?

Elena
Si tratta di una pubblicazione importante, che conferma l’intenzione dell’OMS, quando tratta i temi della maternità e nascita, a considerare l’esperienza positiva del parto come un elemento fondamentale nella valutazione della qualità di assistenza e nel promuovere cure rispettose e partecipate. Le prime due raccomandazioni, infatti, sono dedicate all’assistenza alla maternità rispettosa e alla comunicazione inclusiva e di qualità. Pertanto, oggi non possiamo più dire che per avere dei buoni esiti basta che la madre e la persona che nasce ne escano vive dall’esperienza del parto, ma dobbiamo tenere conto del loro vissuto e, in quanto sistema sanitario, trovare il modo per misurare la qualità di questo vissuto, sempre nell’ottica di miglioramento. In Italia, le linee guida sono oggetto della legge sulle responsabilità mediche, approvata nel 2017, pertanto hanno un valore normativo.
[LINK: http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/03/17/17G00041/sg]

  • Perché secondo te parlare di violenza ostetrica incontra spesso resistenze? Perché solo adesso le donne iniziano a parlare di violenza ostetrica e condividere le loro esperienze di abusi subiti durante il parto?

Elena
Il termine “violenza ostetrica” nasce nell’ambito giuridico sudamericano che ha recepito le istanze dei movimenti delle donne i quali includono questo fenomeno nella violenza di genere. In altri paesi, i movimenti femministi non sono riusciti a fare altrettanto e si sono polarizzati, chi considerando la medicalizzazione della nascita come un diritto (pensiamo al “diritto all’epidurale”) e come il risultato del progresso umano, chi dedicandosi ad una nascita che mantiene l’autonomia e la sovranità della donna sul proprio corpo (per esempio i movimenti per il parto in casa). Nel nostro Paese si è adottato il termine “umanizzazione della nascita” ma esso non si è evoluto in “violenza ostetrica” nel momento in cui si è capito che non aveva nessun impatto sul miglioramento dell’assistenza, come invece è successo nei paesi dell’America Latina, che con il cambiamento epistemologico hanno ottenuto sia la legislazione sia l’attenzione degli operatori. Personalmente ho potuto verificare quanto sia stato urticante per delle categorie di fornitori di assistenza affrontare la questione della mancanza di rispetto e dell’abuso nel parto in questi termini e ho ricevuto delle minacce legali

[LINK: http://www.aogoi.it/notiziario/inchiesta-doxa-sulla-violenza-ostetrica-campagna-basta-tacere-vs-documentazione-diffusa/].
Le donne hanno parlato anche prima, per esempio negli anni ‘70 vi è stata un’iniziativa del Movimento di Lotta Femminista di Ferrara chiamata “Basta Tacere!”, raccolta in una pubblicazione, dove le donne raccontavano delle esperienze traumatiche vissute nell’ambito ostetrico e ginecologico.
[LINK: http://www.femminismoruggente.it/femminismo/doc/1972/basta_tacere.doc]
Con la campagna “#bastatacere: le madri hanno voce” del 2016 si è avuta un’esplosione di testimonianze che, se prima giacevano nell’intimità e nelle cerchie ristrette, da quel momento in puoi sono diventate oggetto del discorso pubblico.

  • Quali sono i punti chiave della proposta di legge depositata in Parlamento?

Elena
La proposta di legge
“Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico”, a firma dell’On. Adriano Zaccagnini, è la trasposizione in normativa delle raccomandazioni e delle linee guida che l’OMS propone dal 1985. L’elemento di novità è l’introduzione del concetto di “violenza ostetrica” che deriva dal diritto comparato internazionale e che, in questo documento, viene proposto nell’ambito giuridico italiano.

  • L’ Italia risulta uno dei paesi con il tasso di tagli cesarei tra i più alti al mondo. Perché secondo te e perché questo dato è negativo?

Elena
Un tasso di tagli cesarei che supera il 10-15% non garantisce esiti di mortalità e morbilità materno-infantile migliori, ma anzi aumenta il rischio di morte materna e mette in pericolo il benessere della madre e della persona che nasce a breve, medio e lungo termine.

[LINK: http://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/161442/WHO_RHR_15.02_ita.pdf?sequence=14].
Si tratta di un’operazione chirurgica addominale maggiore che comporta notevoli rischi e andrebbe eseguita valutando attentamente il rapporto rischio-beneficio. Non si capisce perché, quando si tratta del corpo della donna, si minimizzi il rischio di un intervento chirurgico, sia esso taglio cesareo sia, per esempio, l’episiotomia, il taglio del perineo e della vagina, altrettanto pericoloso. Alle donne viene prospettato il cesareo come un intervento “da poco”, quando invece non è così. Le donne dovrebbero ricevere informazioni adeguate e assistenza idonea nel post-partum che segue al cesareo. Avere un tasso di cesarei così alto è il risultato di una profonda inappropriatezza dell’assistenza al parto ed è oramai chiaro che è anche il segno di una “strumentalizzazione dei corpi delle donne”, strumentalizzazione che esegue un’”agenda patriarcale politicizzata”, come spiegato dal “Rapporto del Gruppo di Lavoro sul tema della discriminazione contro le donne nella legge e nella pratica”, dell’Altro Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU.
[LINK: http://www.ohchr.org/Documents/Issues/Women/WG/A_HRC-32_44_Italian.pdf]
Il gruppo di lavoro, infatti raccomanda agli Stati che “prevengano la strumentalizzazione delle donne nello svolgimento del parto ed assicurino che vengano irrogate sanzioni per la violenza ostetrica e ginecologica, inclusa l’esecuzione di tagli cesarei abusivi, il rifiuto di dare alle donne sollievo dal dolore durante il parto o durante l’interruzione chirurgica della gravidanza e la realizzazione di episiotomie non necessarie.”

  • Nel tuo percorso, hai avuto modo di incontrare psicologi o psicoterapeuti che si interessassero dell’argomento e che collaborassero nelle tue attività? A tuo parere, potrebbe tale tipo di professionalità essere utile nel percorso di coinvolgimento delle donne e madri nelle politiche sanitarie?

Elena
Ho incontrato diverse psicologhe e psichiatre che si occupano di questi argomenti e collaboro regolarmente con alcune di loro, in particolare con Claudia Ravaldi, che fa parte del Comitato Etico di OVOItalia, e con Ibone Olza, psichiatra perinatale spagnola con la quale partecipo al network europeo di ricerca COST Action BIRTH. Questi argomenti sicuramente possono interessare gli psicologi e psicoterapeuti, specialmente quelli che si occupano del trauma legato alla nascita. Per quanto riguarda il coinvolgimento delle donne nelle politiche sanitarie è ora che questo sia messo in atto dalle donne stesse e direttamente, senza tramiti.

  • La musica riveste un ruolo importante nella tua vita: la vibrazione alla base del suono in sé, della voce, sembra al centro del “parto cantato”, oltre che strumento delle tue poesie e di tante delle tue performance artistiche, aldilà dello sfondo intimo e personale o politico dei temi trattati. C’
    è un suono in particolare a cui ti senti più legata?

Elena
Sono legata al canto spontaneo e al canto popolare, quello che più mantiene le qualità terapeutiche dell’uso della voce, così caratteristica della specie umana. La scolarizzazione elitistica della voce ha elevato alcune persone al di sopra delle altre e ha convito la maggior parte della popolazione che “non sa cantare”, privandoli di strumenti utili di resilienza e di salutogenesi.

Nei seminari Singing Birth (www.singingbirth.com) cerco di far ricordare alle donne la loro voce, stimolandole ad usarla con tutto il loro corpo. L’apparato articolatorio è direttamente collegato alla vagina e alla cervice dell’utero che può aprirsi più facilmente durante il parto se la donna è messa nelle condizioni di usare liberamente la voce. Di fatto, le donne che si sentono al loro agio durante il parto, vocalizzano spontaneamente e modulano la voce secondo le esigenze. Lo strumento della voce è particolarmente legato all’animo femminile. Le donne sono riuscite a sopravvivere a condizioni di vita difficili anche grazie all’ausilio del canto, sia solitario sia corale. Le donne di oggi hanno dimenticato questo potere. È ora di ricordarglielo.

  • Anche la riscoperta del valore del contatto corporeo sembra fondamentale nel tuo messaggio, puoi raccontarci cos’è il progetto Masažart? Chi ne sono i principali destinatari?

Elena
Il tatto è l’altro strumento che utilizzo nei miei seminari e nelle performance, pratico anche il massaggio balinese. Masažart è una performance in cui un collettivo di artisti-massaggiatori esegue massaggi sui partecipanti, in gallerie d’arte o festival. I partecipanti fanno un’intervista prima e dopo e raccontano le loro esperienze. Quello che emerge è il potere terapeutico del massaggio e la sensazione del proprio corpo che non è soltanto un corpo “pensato”, ma è un corpo “vissuto” fisicamente in relazione a sé stesso e all’altro. Si crea un tasso di ossitocina incredibile durante queste performance e le persone escono più felici. Una volta, una signora molto critica, dopo la sessione di massaggio della testa, è uscita entusiasta dalla galleria correndo a casa perché non voleva disperdere la sensazione “orgasmica” che stava provando. Un’altra ragazza ha detto che “prima di parlare, tutti dovrebbero farsi fare un massaggio”.

  • Nella tua raccolta di poesie "The Iron Maiden- a collection of kicking poetry” molti testi erano stati pensati come parte delle tue esibizioni dal vivo (tra le altre ricordiamo OphLove, Proleter-K, 2B1C). Dall'esterno è possibile sentire nelle tue parole in versi un senso di appassionata rivolta, ma anche di vulnerabilità e ariosa dolcezza verso le culture e tradizioni che ti appartengono o anche solo ti hanno toccata. Quale poesia rappresenta meglio il messaggio di questa tua raccolta?

Elena
Sono molto legata alle poesie appassionate che nascevano in concomitanza con i miei innamoramenti, ma mi commuovono ancora le parole che descrivono la mia condizione di straniera all’interno del “proletariato culturale” al quale tuttora sento di appartenere. Vi è poi tutto il pensiero sulla lingua, il multilinguismo e il potere dei linguaggi dominanti che continuo ad esplorare in altre forme. Oggi vedo il mio impegno nell’attivismo come una forma di arte sociale, di cui la campagna social #bastatacere è stata forse l’apice – un’opera d’arte corale incredibile.

  • È possibile affermare che la tua educazione comunista, di donna cresciuta nell'ex Jugoslavia, ha condizionato la tua visione del mondo e la destinazione educativa, sociale, ma anche attivamente politica del tuo lavoro?

Elena
Credo proprio di sì. Se non avessi avuto lezioni di marxismo nella scuola, forse oggi alcuni aspetti storici ed economici della nascita mi sarebbero sfuggiti. A volte faccio fatica a spiegarli alle persone digiune del “materialismo storico” che cerca di arrivare alle origini dei sistemi complessi per capirne il funzionamento, spesso legato ai mercati e alle materie prime. In me convivono sia il pensiero marxista sia la critica dello stesso, siccome l’ho visto crollare. Uno degli aspetti che emerge oggi in modo molto sentito è il concetto della “scienza per il popolo”, frase incisa tuttora all’ingresso del Museo Archeologico di Pola. Sentirmi dire da un noto bioeticista che le mie argomentazioni erano tutte valide ma che “la scienza non è democratica” era un momento di grande perplessità. Siamo davvero arrivati a questo oggi in Italia? Perché se è così, sarà meglio che ci prepariamo al regime scientista di vecchia data.

  • E se sì, c’è qualcosa che suggeriresti alle giovani donne italiane, studentesse e professioniste, per stimolare in loro un maggior impegno sociale a beneficio della collettività?

Elena
Non so se il comunismo che ho vissuto io gioverebbe alle donne di oggi. In merito alla considerazione della donna nella società di allora non ne ho un bel ricordo. La sessualità rifletteva il patriarcato intrinseco in tutto il pensiero comunista fatto da uomini. È vero che noi sulla costa eravamo FKK, cioè nudisti, ma questo grazie ai turisti svedesi. Credo che lo strumento più utile che mi rimane dell’epoca è il senso spiccato dell’assurdo. L’assurdo è un’arte, se l’hai vissuto sulla tua pelle, riesci a non perdere il senno anche in situazioni più difficili. Sulla collettività, io e le mie amiche e colleghe di scuola viviamo in diversi paesi e ognuna di noi apporta nel suo ambito questo senso del lavoro per il bene comune e per la cosa “buona e giusta”. Mettiamo in pratica l’economia del dono, spesso suscitando incomprensioni. Non so quanto questo derivi dalla lotta comunista oppure dalle precedenti origini contadine, che in questo spirito si trovano anche in altri posti, inclusa l’Italia. Mi viene da pensare ad un altro elemento che trovo utile per le donne oggi e che era tipica del comunismo: la passione per l’ozio. “Il lavoro rende liberi” era scritto all’ingresso di Auschwitz. Questo è un dato che cerco di non dimenticare mai.

  • Musica, poesia, impegno politico: ci consiglieresti un album, una raccolta di poesie e un saggio che ritieni imprescindibili per la tua ispirazioni e per approfondire le tematiche che promuovi?

Per me è stato fondamentale leggere “Le società matriarcali” di Heide Göttner-Abendroth, “Per-donare: Una critica femminista dello scambio” di Genevieve Vaughan e “Oscure madri splendenti. Le radici del sacro e delle religioni” insieme a “Colei che dà la vita, colei che dà la forma” di Luciana Percovich. Sono tutte grandi donne e studiose che ho avuto la fortuna di conoscere. Sulla musica, traggo nutrimento dalle voci delle prime cantanti blues: Big Mama Thornton, Ruth Brown, Billy Holliday e altre. Mi sono promessa di leggere le poesie di Maya Angelou, che non ho mai approfondito ma che mi commuovono ogni volta che mi capita di sentirle.
 
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“la proposta di legge introduce il reato di violenza ostetrica in seguito alla recente dichiarazione dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS 2014) su ‘La Prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere’. Tale dichiarazione evidenzia quali siano i trattamenti che le donne subiscono durante l’assistenza al parto e in particolare:

  • l’abuso fisico diretto
  • la profonda umiliazione e l’abuso verbale
  • procedure mediche coercitive o non acconsentite (inclusa la sterilizzazione)
  • la mancanza di riservatezza
  • la carenza di un consenso realmente informato
  • il rifiuto di offrire un’adeguata terapia per il dolore
  • gravi violazioni della privacy
  • il rifiuto di ricezione nelle strutture ospedaliere
  • la trascuratezza nell’assistenza al parto con complicazioni altrimenti evitabili che mettono in pericolo la vita della donna
  • la detenzione delle donne e dei loro bambini nelle strutture dopo la nascita connessa all’impossibilità di pagare
  • inoltre, adolescenti, donne non sposate, donne in condizioni socio-economiche sfavorevoli, donne appartenenti a minoranze etniche, o donne migranti e donne affette da HIV sono particolarmente esposte al rischio di subire trattamenti irrispettosi e abusi.”

 
 
Emanuela Castro e Elena Conforti
Un ringraziamento a Giulia Bicchielli per l’aiuto prezioso
foto credits Laura Camia