Art Brut - Artisti loro malgrado

"La vera arte è dove nessuno se lo aspetta,
dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome"
J.Dubuffet
 
Provocatoriamente in contraddizione con "Beaux-Arts", "Art Brut" è il termine  con il quale vengono  definite tutte quelle produzioni artistiche eseguite da persone assolutamente prive di qualsiasi educazione all'arte, che operano quindi al di fuori dalle norme estetiche convenzionali. Frutto di un gesto spontaneo di pura liberazione, tali lavori, interpretano fantasie, desideri, impulsi, stati mentali estremi. Gli autori sono persone che, per una ragione o per l'altra, sono state sottratte dal conformismo sociale, solitari, pazienti psichiatrici ed emarginati, che, attraverso l'utilizzo di tecniche e strumenti al quanto insoliti, hanno dato vita ad opere, quadri, sculture e scritti che saranno per noi la nostra finestra sul loro singolarissimo mondo. 
 
L'Art Brut va ben distinta dall'"Outsider-Art" che ne discende e ne è estensione. Con il corrispettivo inglese si vanno infatti ad inglobare nel termine anche quelle opere create da artisti marginali, autodidatti, autori "Naïf". Anch'essi privi di qualsiasi formazione artistica, a differenza dei non-artisti dell'Art Brut, mirano in qualche modo ad un riconoscimento culturale e sociale e si rifanno all'arte ufficiale, prendendone a prestito i soggetti, i metodi di rappresentazione e le tecniche. 
Il termine "Art Brut" viene coniato nel 1947 dal pittore Jean Dubuffet appositamente per riferirsi a tele e sculture della propria collezione privata, produzioni concepite grazie ad un'operazione artistica primitiva, senza nome e senza una destinazione. Così come afferma Sarah Lombardi, direttrice della "Collection dell'Art Brut" di Losanna, museo edificato a partire dalla collezione del pittore francese, l'Art Brut non può essere considerata movimento artistico. Questa forma d'espressione sconfina nel tempo, i suoi autori non realizzano mai opere per soldi, ma se da sempre è stata considerata arte marginale di esclusivo interesse di pochi collezionisti, ultimamente sta guadagnando terreno anche nel mercato dell'arte. Il pubblico è infatti attualmente decisamente molto più interessato che nel passato a ricercare nella creatività l'autenticità che è caratteristica costitutiva della natura di questi lavori. 
Connubio fra innocenza dell'artista e innocenza dell'opera, il disegno spontaneo di questi uomini è stato sin dagli inizi del secolo scorso oggetto di interesse della psichiatria piuttosto che delle gallerie. Il disegno del paziente psichiatrico è complesso, spesso è combinato alla scrittura, e nelle strutture manicomiali dell'epoca ne veniva incoraggiata la produzione. In un primo momento considerato mero divertimento ed evasione, poi la necessità di studiarli e classificarli, fino ad essere considerato mezzo di supporto all'espressione dei contenuti psichici inconsci. E' solo successivamente, dall'intersecarsi dell'attenzione clinica con la cultura umanistica di alcuni medici, che nascerà un interesse di tipo estetico per questi lavori. In questo modo si andrà quindi ad aprire la strada alla nozione di Art Brut di Dubuffet che permetterà di svincolare questa forma d'espressione dai circuiti tradizionali dell'arte. 
Quel che resta di un incredibile esempio di questi lavori cel'abbiamo proprio in casa ed è un graffito che si estende per 180 metri sulle mura del cortile della sezione giudiziaria dell'ex ospedale psichiatrico di Volterra. L'autore è Fernando Oreste Nannetti e N.O.F.4 è la firma in cui si riconsceva. Non sappiamo di preciso cosa stesse a significare questo pseudonimo per Oreste. Si presume che il "4" stesse ad indicare il numero della sua matricola ma per il resto di volta in volta lui stesso traduceva la sigla in modo diverso, da "Nannetti Oreste Fernando" a "Nucleare Orientale Francese". 
Oreste nasce a Roma nel 1927, a quanto pare sotto una cattiva stella, e senza aver mai conosciuto il padre, da piccolo viene abbandonato anche dalla giovane madre. Vivendo fra istituti di carità e istituti psichiatrici per minori, all'età di 29 anni verrà accusato di oltraggio a pubblico ufficale ma prosciolto per vizio totale di mente e con una diagnosi di schizofrenia sarà assegnato prima al manicomio giudiziario romano di "S.Maria della Pietà" e poi, trasferito nella provincia di Pisa (1958). 
Stando a quanto si dice a Volterra, Oreste era una persona taciturna e solitaria, capace di aprirsi solo di fronte a quel muro. Per nove anni è stata la fibbia di metallo della sua divisa il suo pennello e "il Ferri" la sua tela. Il suo metodo è molto preciso, prima incide i contorni delle pagine del suo libro di pietra e poi le riempie, una sorta di lavoro preparatorio. Il graffito, un codice complesso, che paradossalmente ci ricorda le iscrizioni etrusche, un misto di disegni e di simboli che si mischiano a formare racconti "fantastici" di difficile interpretazione. Sul muro, N.O.F.4 afferma di poter comunicare telepaticamente, parla della conquista di mondi sconosciuti e di terribili guerre tecnologiche, si inventa una famiglia e il titolo che si conferisce è quello di "colonnello astrale, ingegnere astronautico minerario nel sistema mentale, scassinatore nucleare". 
Il perchè di questo gesto rimane e rimarrà un interrogativo. Fra coloro che hanno voluto comunque dare una risposta a questa domanda, c'è chi pensa, che attraverso l'inciso, Oreste abbia voluto costruirsi una storia ed un passato che non aveva mai avuto. Il graffito, dopo la chiusura dell'ospedale psichiatrico, in attuazione della Legge Basaglia, è andato incontro ad un rapido deterioramento; al 2011 rimanevano integri solo 53 metri. E' solo grazie al lavoro di Pier Nello Manoni, fotografo volterrano, se l'opera di N.O.F.4 non è andata completamente perduta ed è sbarcata anch'essa, se pur in fotografia, alla "Collection dell'Art Brut" di Losanna. 
Al Nannetti, così come agli altri autori che loro malgrado sono stati esposti, va il merito di averci lasciato produzioni ricche di verità e di schiettezza. Tuttavia, mi pare giusto prendere una certa distanza da coloro che, esaltando l'Art Brut, arrivino ad elogiare la "follia". Di estetico in questi lavori, detto proprio chiaramente, molto spesso c'è ben poco e la sofferenza che ci comunicano è devastante, esaltarne il genio significherebbe non essere stati in grado di entrare in uno stato di condivisione con l'autore, non averne colto gli stati d'animo e non averne capito il dolore.